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 Fossili della Tuscia viterbese --> Località Pisciarello


Località Pisciarello



Località Pisciarello


L'affioramento di Località Pisciarello si trova all'ingresso orientale della città di Tarquinia ed è costituito da una successione di calcareniti e arenarie fossilifere e fortemente bioturbate. Qui si possono osservare enormi fossili di specie litorali come ostriche, balani e pettinidi, ma anche esemplari di echinodermi, cnidari, molluschi, briozoi, brachiopodi e alghe coralline. Queste rocce, risalenti al Pliocene medio-superiore, si sono depositate in un ambiente prossimo alla costa compreso fra i piani infralitorale e circalitorale.


 

L'affioramento di Località Pisciarello si trova all'ingresso orientale della città di Tarquinia ed è costituito da una successione di calcareniti e arenarie fossilifere e fortemente bioturbate.

Qui si possono osservare enormi fossili di specie litorali come ostriche, balani e pettinidi, ma anche esemplari di echinodermi, cnidari, molluschi, briozoi, brachiopodi e alghe coralline.

Queste rocce, risalenti al Pliocene medio-superiore, si sono depositate in un ambiente prossimo alla costa compreso fra i piani infralitorale e circalitorale.

Mappa satellitare del sito descritto.Mappa satellitare del sito descritto.

"Località Pisciarello" è il toponimo locale di una zona situata a sud-est di Tarquinia facente parte dell'alto strutturale che dalla città di Tarquinia prosegue fino all'area di Monte Riccio.

In questa zona affiorano rocce calcarenitiche messe a nudo da operazioni di cava (ad oggi cessate) ed escavazioni per accogliere l'attuale discarica. L'alto strutturale a cui si riferisce è composto da una roccia chiamata "macco" (nome locale di questa pietra descritta come MCC nelle carte ISPRA), una roccia sensibilmente tenace che spicca in affioramento rispetto alle argille o alle sabbie meno cementate che vengono più facilmente erose. Di fatto la città di Tarquinia sorge su un colle composto da questa roccia, che grazie alla sua natura resistente è riuscita a resistere all'erosione meglio delle altre litologie che sono state dilavate dalle acque meteoriche.

Il sito in questione è in parte inaccessibile: la parte orientale dell'affioramento è attualmente impegnata per attività di discarica ed è quindi recintata e sotto proprietà privata. La parte liberamente esplorabile rimane quella più vicina alla SS1 Bis e quella a sud dell'affioramento, fino al fosso che borda la discarica ad est il quale poi si raccorda con l'area di Monte Riccio. Dai documenti nazionali del 2012 (1) questa piccola zona risultava divisa in una cava inattiva, una cava attiva, e due tratti adibiti a discarica.

La forma a falesia che queste pareti assumono non è da confondersi con quella un'antica struttura: l'aspetto attuale di questo affioramento è conseguenza delle opere di escavazione compiute in passato dall'uomo e non rappresenta una paleomorfologia della costa plio-pleistocenica.

Questa località comprende probabilmente le migliori esposizioni di "macco" dei dintorni di Tarquinia. Oltre agli aspetti prettamente geologici, come la stratificazione e le forme di fondo, le faglie e le variazioni di granulometria, qui si possono osservare molto bene i tipici fossili delle calcareniti di Tarquinia in condizioni di conservazione molto eterogenee ma soddisfacenti. Sono presenti infatti pettinidi, ostreidi e balanidi giganti, coralli e briozoi che formano i bioclasti, e numerosi ichnofossili.

Gli affioramenti della località Pisciarello costituiscono un eccellente punto di osservazione delle condizioni marine del Piacenziano (Pliocene medio-superiore) e testimoniano il secondo ciclo deposizionale pliocenico che interessò la Tuscia costiera.

Il fronte di cava di Località Pisciarello: si notano distintamente i tagli verticali dovuti all'escavazione, i quali si contrappongono agli strati orizzontali di natura deposizionale.Il fronte di cava di Località Pisciarello: si notano distintamente i tagli verticali dovuti all'escavazione, i quali si contrappongono agli strati orizzontali di natura deposizionale.

Mappa satellitare del sito descritto.Mappa satellitare del sito descritto.

"Località Pisciarello" è il toponimo locale di una zona situata a sud-est di Tarquinia facente parte dell'alto strutturale che dalla città di Tarquinia prosegue fino all'area di Monte Riccio. In questa zona affiorano rocce calcarenitiche messe a nudo da operazioni di cava (ad oggi cessate) ed escavazioni per accogliere l'attuale discarica. L'alto strutturale a cui si riferisce è composto da una roccia chiamata "macco" (nome locale di questa pietra descritta come MCC nelle carte CARG), una roccia sensibilmente tenace che spicca in affioramento rispetto alle argille o alle sabbie meno cementate che vengono più facilmente erose. Di fatto la città di Tarquinia sorge su un colle composto da questa roccia, che grazie alla sua natura resistente è riuscita a resistere all'erosione meglio delle altre litologie che sono state dilavate dalle acque meteoriche.

Il sito in questione è in parte inaccessibile: la parte orientale dell'affioramento è attualmente impegnata per attività di discarica ed è quindi recintata e sotto proprietà privata. La parte liberamente esplorabile rimane quella più vicina alla SS1 Bis e quella a sud dell'affioramento, fino al fosso che borda la discarica ad est il quale poi si raccorda con l'area di Monte Riccio. Dai documenti nazionali del 2012 (1) questa piccola zona risultava divisa in una cava inattiva, una cava attiva, e due tratti adibiti a discarica.

La forma a falesia che queste pareti assumono non è da confondersi con quella un'antica struttura: l'aspetto attuale di questo affioramento è conseguenza delle opere di escavazione compiute in passato dall'uomo e non rappresenta la testimonianza di una paleomorfologia della costa plio-pleistocenica.

Questa località comprende probabilmente le migliori esposizioni di "macco" dei dintorni di Tarquinia. Oltre agli aspetti prettamente geologici, come la stratificazione e le forme di fondo, le faglie e le variazioni di granulometria, qui si possono osservare molto bene i tipici fossili delle calcareniti di Tarquinia in condizioni di conservazione molto eterogenee ma soddisfacenti. Sono presenti infatti pettinidi, ostreidi e balanidi giganti, coralli e briozoi che formano i bioclasti, e numerosi ichnofossili.

Gli affioramenti della località Pisciarello costituiscono un eccellente punto di osservazione delle condizioni marine del Piacenziano (Pliocene medio-superiore) e testimoniano il secondo ciclo deposizionale pliocenico che interessò la Tuscia costiera.



Il fronte di cava di Località Pisciarello: si notano distintamente i tagli verticali dovuti all'escavazione, i quali si contrappongono agli strati orizzontali di naturale deposizione.
Il fronte di cava di Località Pisciarello: si notano distintamente i tagli verticali dovuti all'escavazione, i quali si contrappongono agli strati orizzontali di natura deposizionale.

Aspetti ambientali e geologici

Come accennato sopra, le rocce affioranti in questa località sono localmente note con il nome di "macco" (MCC sulle carte CARG). Da un punto di vista geologico, esse costituiscono una successione di calcareniti, calcilutiti e sabbie bioturbate riccamente fossilifere depositatesi in un ambiente marino poco profondo durante il Pliocene medio-superiore (3,6-2,5 milioni di anni fa, corrispondente al piano Piacenziano)(3). Questo affioramento rappresenta probabilmente il miglior punto di osservazione della zona per apprezzare la successione stratigrafica del macco e osservare i fossili che racchiude. Le pareti dell'ex cava, alte fino a 10-15 metri, sono ben esposte, e vi si distinguono chiaramente i solchi verticali dell'escavazione contrapposti agli strati orizzontali naturali (foto sopra).

Le calcareniti sono classificabili come rocce carbonatiche intrabacinali, costituite per almeno il 50% da minerali carbonatici (calcite, aragonite, dolomite) formati entro il bacino di deposizione. Si tratta di rocce strettamente connesse al mondo biologico, prodotte e depositate localmente, a differenza delle rocce clastiche che derivano dall'accumulo di frammenti prodotti in altre zone (21).

Secondo la classificazione di Folk queste rocce rientrano nella categoria delle biospariti (rocce con cemento di calcite spatica e fossili come allochimici), mentre secondo Dunham corrispondono a grainstone (rocce prive di componente fangosa, grano-sostenute, in cui i clasti non sono legati al momento della deposizione).

La stessa denominazione "biocalcarenite", spesso utilizzata per indicare il macco, ne sottolinea l'appartenenza al gruppo delle "areniti" (rocce composte da granuli della dimensione delle sabbie, da 2 mm a 1/16 di mm) ma con la particolarità che i clasti sono di natura calcarea (-calc-) e provengono da resti biologici (bio-), in contrapposizione con le classiche "arenarie" le quali sono composte da granuli di materiali di diversa composizione.

La successione del macco non contiene esclusivamente calcareniti: a queste si trovano intercalate vere e proprie arenarie, composte da frammenti litici, ma anche lutiti, conglomerati e ghiaie.

Il macco, come riportato nelle carte CARG, presenta una potenza massima di 40 metri, poggia direttamente sulle argille SBM del Pliocene inferiore (Zancleano) e passa lateralmente alla litologia RGG (sabbie dell'Unità del Pian della Regina) coeva al macco ma di ambiente deposizionale diverso (3).

Tutte queste litologie fanno parte del "supersintema" di Tarquinia, termine con cui si indica un insieme di sintemi, ossia sequenze litologiche continue nel tempo separate da superfici di non conformità (3)(14). Le formazioni comprese in questo supersintema, insieme a quelle delle Spalle della Ciuffa, derivano dal riempimento del bacino di Tarquinia avvenuto dopo la crisi di salinità del Mediterraneo. 

In tale contesto si sono depositate prima le argille e i conglomerati con evaporiti del Messiniano (litologie GES e PTZ), successivamente le argille grigio-azzurre dello Zancleano (SBM) e infine il macco e le sabbie del Piacenziano (litologie RGG e MCC).

Carta geologica della zona a sud-est di Tarquinia con indicazione di Loc. Pisciarello.Carta geologica della zona a sud-est di Tarquinia con indicazione di Loc. Pisciarello.

Il macco presenta due differenti facies sedimentarie, ossia differenze nella struttura sedimentaria e nel tipo di sedimento all'interno della stessa litologia. Queste facies all'interno del macco indicano differenti modalità di deposizione e testimoniano diversi paleoambienti, tutti esistiti nello stesso tempo ma separati spazialmente, che si succedono orizzontalmente rispetto agli strati.

In particolare, il macco presenta una facies sabbiosa e una calcarenitica. La prima è costituita da sedimento abbastanza fine e omogeneo contenente materiale biologico e concrezioni calcaree, poco cementato; la seconda facies è formata da banchi massivi o stratificati di calcare bioclastico pastoso, compatto e tenace perlopiù disomogeneo, il quale ingloba macro e microfossili che costituiscono buona parte del volume della roccia. L'alternanza tra queste due differenti facies è dovuta al cambiamento nelle condizioni dell'ambiente di deposizione, come la profondità del mare e le condizioni di energia del mezzo, o dalla differente composizione del materiale d'apporto e delle componenti biologiche.

Il cemento carbonatico che lega i granuli nelle calcareniti deriva principalmente dalla dissoluzione e successiva precipitazione dei gusci degli organismi presenti nel sedimento. In fase post-deposizionale, infatti, le acque circolanti dissolvono parzialmente i materiali carbonatici, per poi ridepositarli sotto forma di calcite spatica, creando un cemento resistente. Tale processo poteva avvenire anche durante fasi di esposizione subaerea, per azione di acque meteoriche debolmente acide e povere di sali.

L'alternanza tra sabbie e calcareniti potrebbe essere dovuta a piccole oscillazioni eustatiche dell’ordine di pochi metri, nonché alla formazione episodica di accumuli di tritume bioclastico durante eventi ad alta energia, come le tempeste, seguiti da periodi di deposizione più tranquilla, povera di detrito grossolano. Nelle fasi di minore energia si accumulavano sedimenti più fini a granulometria omogenea, come sabbie fini o silt, all’interno di un ambiente di fondale tranquillo, abitato da numerosi organismi endobentonici, come dimostra la marcata bioturbazione osservabile negli strati sabbiosi.

Alternanza di strati calcarenitici, di granulometria più grossolana e fortemente cementati, e calcilutiti, di granulometria più fine delle sabbie: l'erosione differenziale ha messo in risalto tutta la successione scavando i teneri strati calcilutitici e lasciando sporgenti i più tenaci calcarenitici.Alternanza di strati calcarenitici, di granulometria più grossolana e fortemente cementati, e calcilutiti, di granulometria più fine delle sabbie: l'erosione differenziale ha messo in risalto tutta la successione scavando i teneri strati calcilutitici e lasciando sporgenti i più tenaci calcarenitici.
Si nota una netta linea di frattura (faglia diretta) ma anche concrezioni calcaree (ichnofossili e/o alghe coralline) che compongono gli strati calcarenitici.

Il macco risulta depositato depositato a una profondità medio-bassa, compresa comunque entro i piani bentonici circalitorale-infralitorale. Questa interpretazione deriva dall’analisi delle sue caratteristiche sedimentologiche: granulometria medio-fine, assenza di clasti ghiaiosi (tranne che nelle porzioni sommitali (7)) e presenza di fossili non litorali con un grado elevato di autoctonia. La profondità di deposizione potrebbe essere stimata sui 30-40 metri nel caso degli strati calcilutitici o sabbiosi fini, mentre gli strati calcarenitici sono di genesi meno profonda. Il ritrovamento nelle parti più alte di questa formazione di fossili di vertebrati (non rinvenibili in questo giacimento bensì nei dintorni, ad esempio a Monte Riccio) indica che questa litologia, verso la fine del Pliocene, potrebbe aver sperimentato condizioni di deposizione litorali scandite da cicli di sommersione ed emersione (20).

In questa formazione è anche possibile riconoscere delle faglie: sono tutte di tipologia diretta (quindi in cui il tetto scende rispetto al letto (15)) e riflettono lo slittamento verso il basso della parte occidentale della formazione, verso il mare. Queste fratture si sono generate dopo la fase di litificazione, e lo spostamento verticale (chiamato "rigetto verticale" (16)) è dell'ordine del decimetro. La loro genesi è gravitativa (per il piccolo angolo che forma) e sono associate a fenomeni di tipo distensivo (trazione), al contrario delle faglie inverse che si generano invece da fenomeni compressivi (15).

Alcune strutture geologiche visibili nel macco di Loc. Pisciarello: diverse faglie e fratture, alternanze tra litologie molto diverse, superfici di erosione e molte concrezioni calcaree perlopiù di origine organica.Alcune strutture geologiche visibili nel macco di Loc. Pisciarello: diverse faglie e fratture, alternanze tra litologie molto diverse, superfici di erosione e molte concrezioni calcaree perlopiù di origine organica.
Netta superficie di discontinuità fra strati calcilutitici in basso, molto fini, e strati sabbiosi e calcarenitici, più grossolani e ricchi di bioclasti, fortemente cementati. Questa particolare successione potrebbe rappresentare il cambiamento di condizioni ambientali da un fondale relativamente profondo e calmo (in cui si depositano le calcilutiti) a condizioni di bassa profondità, alta energia e probabilmente di cicli di emersione (in cui si depositano i clasti più grossolani che daranno origine alla calcarenite).Netta superficie di discontinuità fra strati calcilutitici in basso, molto fini, e strati sabbiosi e calcarenitici, più grossolani e ricchi di bioclasti, fortemente cementati. Questa particolare successione potrebbe rappresentare il cambiamento di condizioni ambientali da un fondale relativamente profondo e calmo (in cui si depositano le calcilutiti) a condizioni di bassa profondità, alta energia e probabilmente di cicli di emersione (in cui si depositano i clasti più grossolani che daranno origine alla calcarenite).

Nel macco di Tarquinia affiorano pacchi di strati pressoché orizzontali rispetto al piano di campagna, sebbene localmente presentino lievi ingobbimenti, inspessimenti o sinuosità. Il fatto che la stratificazione risulti ancora parallela all’attuale livello del mare indica che le deformazioni tettoniche successive alla deposizione sono state modeste; le ondulazioni osservabili in alcuni punti derivano con buona probabilità dal peso e dalla pressione esercitati dai sedimenti soprastanti durante la fase di compattazione.

Tra le strutture più significative in questi strati si riconoscono diverse superfici di discontinuità, cioè intervalli di non-deposizione all’interno della successione stratigrafica. Tali superfici si individuano grazie al brusco cambio di litologia nell’ordine dei millimetri o centimetri e alla presenza di una superficie erosiva (o di non-deposizione) che separa nettamente gli strati. I criteri di riconoscimento includono il troncamento delle lamine della litologia inferiore o l’andamento ondulato della superficie stessa. In questo contesto si tratta di diastemi, piccoli intervalli di non-deposizione che non rappresentano un cambiamento ambientale sufficiente a separare la successione in sintemi diversi, ma riflettono piuttosto fluttuazioni cicliche di parametri quali profondità, energia idrodinamica o posizione della linea di costa (23)(25).

Nell'immagine sopra, la superficie di separazione tra gli strati inferiori (terrigeni, di granulometria verso il silt) e quelli superiori (sabbie fini e medie, fortemente cementate da carbonato) è abbastanza netta e presenta ondulazioni, per cui appare come una superficie erosiva. Situazioni come questa sono molto frequenti nel macco di Tarquinia e indicano cambi repentini dell’ambiente deposizionale, legati a eventi caratterizzati da energia diversa.

Negli strati superiori sono frequenti fossili di ambiente litorale e clasti eterogenei cementati da calcite, elementi che suggeriscono condizioni di acque basse (fino a contesti propriamente litorali) e tassi di sedimentazione irregolari, probabilmente controllati da tempeste o da apporti fluviali improvvisi. Gli strati inferiori contengono invece solo rari fossili marini per lo più rappresentati da microfauna e frammenti finissimi, i quali indicano un ambiente di bassa energia compatibile con un fronte di prodelta o con acque relativamente più profonde.

La variazione laterale osservata nel macco MCC e nelle sabbie RGG, con passaggi su scala di poche centinaia di metri da facies calcarenitiche grossolane e fortemente cementate a facies sabbiose più fini, omogenee e poco consolidate, suggerisce un paleoambiente costiero articolato, caratterizzato da forti gradienti di energia e da un apporto sedimentario eterogeneo.

Le calcareniti indicano settori più prossimali caratterizzati da maggiore energia, come barre litorali o aree di rielaborazione da parte delle onde di tempesta dove la produzione biologica carbonatica era elevata e l'accumulo di bioclasti portava alla cementazione precoce. Le facies più sabbiose e meno cementate rappresentano invece zone più distali o aree influenzate da un apporto terrigeno maggiore, probabilmente legato a vicini punti di ingresso fluviale o a settori del fondale con morfologie che favorivano la decantazione del materiale fine.

Nel complesso, l’eteropia laterale indica un ambiente di piattaforma di profondità molto bassa, organizzato a mosaico, dove processi locali come variazioni di energia, eventi di tempesta o discontinuità di produzione carbonatica generavano corpi sedimentari coevi ma litologicamente differenti. Tale configurazione è tipica dei sistemi costieri dinamici, nei quali la linea di riva e le zone di accumulo biologico possono migrare lateralmente anche in tempi relativamente brevi.

Questa successione, seppur interrotta da diverse superfici di discontinuità, testimonia globalmente una condizione di progradazione (spostamento della linea di riva del mare verso largo) e una diminuzione di profondità del mare rispetto alle condizioni precedenti registrate nelle litologie sottostanti più antiche. La presenza delle superfici erosive indica che localmente questo fenomeno non è avvenuto in modo graduale e continuo, ma attraverso episodi bruschi, probabilmente legati a eventi ad alta energia o a rapidi cambiamenti nelle dinamiche deposizionali, ad esempio a causa di apporti fluviali repentini o di eventi di burrasca.

Altre rocce simili al macco di Tarquinia e coeve ad esso sono state trovate in altri punti del Lazio costiero come ad esempio Palo e ad Anzio, dove affiorano sul mare e formano pareti verticali perfettamente esposte (8), o nei pressi del Monte Soratte (9).

Sotto, foto panoramica di una porzione di affioramento sopravvissuta allo sfruttamento della cava: qui si può osservare l'alternanza degli strati e i loro rapporti geometrici (zoomare per apprezzare meglio i dettagli)

Sotto, foto panoramica di una porzione di affioramento sopravvissuta allo sfruttamento della cava: qui si può osservare l'alternanza degli strati e i loro rapporti geometrici.

Aspetti ambientali e geologici

Come accennato sopra, le rocce affioranti in questa località sono localmente note con il nome di "macco" (MCC sulle carte CARG). Da un punto di vista geologico, esse costituiscono una successione di calcareniti, calcilutiti e sabbie bioturbate riccamente fossilifere depositatesi in un ambiente marino poco profondo durante il Pliocene medio-superiore (3,6-2,5 milioni di anni fa, corrispondente al piano Piacenziano)(3). Questo affioramento rappresenta probabilmente il miglior punto di osservazione della zona per apprezzare la successione stratigrafica del macco e osservare i fossili che racchiude. Le pareti dell'ex cava, alte fino a 10-15 metri, sono ben esposte, e vi si distinguono chiaramente i solchi verticali dell'escavazione contrapposti agli strati orizzontali naturali (foto sopra).

Le calcareniti sono classificabili come rocce carbonatiche intrabacinali, costituite per almeno il 50% da minerali carbonatici (calcite, aragonite, dolomite) formati entro il bacino di deposizione. Si tratta di rocce strettamente connesse al mondo biologico, prodotte e depositate localmente, a differenza delle rocce clastiche che derivano dall'accumulo di frammenti prodotti in altre zone (21). Secondo la classificazione di Folk queste rocce rientrano nella categoria delle biospariti (rocce con cemento di calcite spatica e fossili come allochimici), mentre secondo Dunham corrispondono a grainstone (rocce prive di componente fangosa, grano-sostenute, in cui i clasti non sono legati al momento della deposizione). La stessa denominazione "biocalcarenite", spesso utilizzata per indicare il macco, ne sottolinea l'appartenenza al gruppo delle "areniti" (rocce composte da granuli della dimensione delle sabbie, da 2 mm a 1/16 di mm) ma con la particolarità che i clasti sono di natura calcarea (-calc-) e provengono da resti biologici (bio-), in contrapposizione con le classiche "arenarie" le quali sono composte da granuli di materiali di diversa composizione. La successione del macco non contiene esclusivamente calcareniti: a queste si trovano intercalate vere e proprie arenarie, composte da frammenti litici, ma anche lutiti, conglomerati e ghiaie.

Il macco, come riportato nelle carte CARG, presenta una potenza massima di 40 metri, poggia direttamente sulle argille SBM del Pliocene inferiore (Zancleano) e passa lateralmente alla litologia RGG (sabbie dell'Unità del Pian della Regina) coeva al macco ma di ambiente deposizionale diverso (3). Tutte queste litologie fanno parte del "supersintema" di Tarquinia, termine con cui si indica un insieme di sintemi, ossia sequenze litologiche continue nel tempo separate da superfici di non conformità (3)(14). Le formazioni comprese in questo supersintema, insieme a quelle delle Spalle della Ciuffa, derivano dal riempimento del bacino di Tarquinia avvenuto dopo la crisi di salinità del Mediterraneo. In tale contesto si sono depositate prima le argille e i conglomerati con evaporiti del Messiniano (litologie GES e PTZ), successivamente le argille grigio-azzurre dello Zancleano (SBM) e infine il macco e le sabbie del Piacenziano (litologie RGG e MCC).




Carta geologica della zona a sud-est di Tarquinia con indicazione di Loc. Pisciarello.Carta geologica della zona a sud-est di Tarquinia con indicazione di Loc. Pisciarello.

Il macco presenta due differenti facies sedimentarie, ossia differenze nella struttura sedimentaria e nel tipo di sedimento all'interno della stessa litologia. Queste facies all'interno del macco indicano differenti modalità di deposizione e testimoniano diversi paleoambienti, tutti esistiti nello stesso tempo ma separati spazialmente, che si succedono orizzontalmente rispetto agli strati. In particolare, il macco presenta una facies sabbiosa e una calcarenitica. La prima è costituita da sedimento abbastanza fine e omogeneo contenente materiale biologico e concrezioni calcaree, poco cementato; la seconda facies è formata da banchi massivi o stratificati di calcare bioclastico pastoso, compatto e tenace perlopiù disomogeneo, il quale ingloba macro e microfossili che costituiscono buona parte del volume della roccia. L'alternanza tra queste due differenti facies è dovuta al cambiamento nelle condizioni dell'ambiente di deposizione, come la profondità del mare e le condizioni di energia del mezzo, o dalla differente composizione del materiale d'apporto e delle componenti biologiche.

Il cemento carbonatico che lega i granuli nelle calcareniti deriva principalmente dalla dissoluzione e successiva precipitazione dei gusci degli organismi presenti nel sedimento. In fase post-deposizionale, infatti, le acque circolanti dissolvono parzialmente i materiali carbonatici, per poi ridepositarli sotto forma di calcite spatica, creando un cemento resistente. Tale processo poteva avvenire anche durante fasi di esposizione subaerea, per azione di acque meteoriche debolmente acide e povere di sali.

L'alternanza tra sabbie e calcareniti potrebbe essere dovuta a piccole oscillazioni eustatiche dell’ordine di pochi metri, nonché alla formazione episodica di accumuli di tritume bioclastico durante eventi ad alta energia, come le tempeste, seguiti da periodi di deposizione più tranquilla, povera di detrito grossolano. Nelle fasi di minore energia si accumulavano sedimenti più fini a granulometria omogenea, come sabbie fini o silt, all’interno di un ambiente di fondale tranquillo, abitato da numerosi organismi endobentonici, come dimostra la marcata bioturbazione osservabile negli strati sabbiosi.

Alternanza di strati calcarenitici, di granulometria più grossolana e fortemente cementati, e calcilutiti, di granulometria più fine delle sabbie: l'erosione differenziale ha messo in risalto tutta la successione scavando i teneri strati calcilutitici e lasciando sporgenti i più tenaci calcarenitici.Alternanza di strati calcarenitici, di granulometria più grossolana e fortemente cementati, e calcilutiti, di granulometria più fine delle sabbie: l'erosione differenziale ha messo in risalto tutta la successione scavando i teneri strati calcilutitici e lasciando sporgenti i più tenaci calcarenitici.
Si nota una netta linea di frattura (faglia diretta) ma anche concrezioni calcaree (ichnofossili e/o alghe coralline) che compongono gli strati calcarenitici.

Il macco risulta depositato depositato a una profondità medio-bassa, compresa comunque entro i piani bentonici circalitorale-infralitorale. Questa interpretazione deriva dall’analisi delle sue caratteristiche sedimentologiche: granulometria medio-fine, assenza di clasti ghiaiosi (tranne che nelle porzioni sommitali (7)) e presenza di fossili non litorali con un grado elevato di autoctonia. La profondità di deposizione potrebbe essere stimata sui 30-40 metri nel caso degli strati calcilutitici o sabbiosi fini, mentre gli strati calcarenitici sono di genesi meno profonda. Il ritrovamento nelle parti più alte di questa formazione di fossili di vertebrati (non rinvenibili in questo giacimento bensì nei dintorni, ad esempio a Monte Riccio) indica che questa litologia, verso la fine del Pliocene, potrebbe aver sperimentato condizioni di deposizione litorali scandite da cicli di sommersione ed emersione (20).

In questa formazione è anche possibile riconoscere delle faglie: sono tutte di tipologia diretta (quindi in cui il tetto scende rispetto al letto (15)) e riflettono lo slittamento verso il basso della parte occidentale della formazione, verso il mare. Queste fratture si sono generate dopo la fase di litificazione, e lo spostamento verticale (chiamato "rigetto verticale" (16)) è dell'ordine del decimetro. La loro genesi è gravitativa (per il piccolo angolo che forma) e sono associate a fenomeni di tipo distensivo (trazione), al contrario delle faglie inverse che si generano invece da fenomeni compressivi (15).

Alcune strutture geologiche visibili nel macco di Loc. Pisciarello: diverse faglie e fratture, alternanze tra litologie molto diverse, superfici di erosione e molte concrezioni calcaree perlopiù di origine organica.Alcune strutture geologiche visibili nel macco di Loc. Pisciarello: diverse faglie e fratture, alternanze tra litologie molto diverse, superfici di erosione e molte concrezioni calcaree perlopiù di origine organica.
Netta superficie di discontinuità fra strati calcilutitici in basso, molto fini, e strati sabbiosi e calcarenitici, più grossolani e ricchi di bioclasti, fortemente cementati. Questa particolare successione potrebbe rappresentare il cambiamento di condizioni ambientali da un fondale relativamente profondo e calmo (in cui si depositano le calcilutiti) a condizioni di bassa profondità, alta energia e probabilmente di cicli di emersione (in cui si depositano i clasti più grossolani che daranno origine alla calcarenite).Netta superficie di discontinuità fra strati calcilutitici in basso, molto fini, e strati sabbiosi e calcarenitici, più grossolani e ricchi di bioclasti, fortemente cementati. Questa particolare successione potrebbe rappresentare il cambiamento di condizioni ambientali da un fondale relativamente profondo e calmo (in cui si depositano le calcilutiti) a condizioni di bassa profondità, alta energia e probabilmente di cicli di emersione (in cui si depositano i clasti più grossolani che daranno origine alla calcarenite).

Nel macco di Tarquinia affiorano pacchi di strati pressoché orizzontali rispetto al piano di campagna, sebbene localmente presentino lievi ingobbimenti, inspessimenti o sinuosità. Il fatto che la stratificazione risulti ancora parallela all’attuale livello del mare indica che le deformazioni tettoniche successive alla deposizione sono state modeste; le ondulazioni osservabili in alcuni punti derivano con buona probabilità dal peso e dalla pressione esercitati dai sedimenti soprastanti durante la fase di compattazione.

Tra le strutture più significative in questi strati si riconoscono diverse superfici di discontinuità, cioè intervalli di non-deposizione all’interno della successione stratigrafica. Tali superfici si individuano grazie al brusco cambio di litologia nell’ordine dei millimetri o centimetri e alla presenza di una superficie erosiva (o di non-deposizione) che separa nettamente gli strati. I criteri di riconoscimento includono il troncamento delle lamine della litologia inferiore o l’andamento ondulato della superficie stessa. In questo contesto si tratta di diastemi, piccoli intervalli di non-deposizione che non rappresentano un cambiamento ambientale sufficiente a separare la successione in sintemi diversi, ma riflettono piuttosto fluttuazioni cicliche di parametri quali profondità, energia idrodinamica o posizione della linea di costa (23)(25).

Nell'immagine a sinistra, la superficie di separazione tra gli strati inferiori (terrigeni, di granulometria verso il silt) e quelli superiori (sabbie fini e medie, fortemente cementate da carbonato) è abbastanza netta e presenta ondulazioni, per cui appare come una superficie erosiva. Situazioni come questa sono molto frequenti nel macco di Tarquinia e indicano cambi repentini dell’ambiente deposizionale, legati a eventi caratterizzati da energia diversa.  Negli strati superiori sono frequenti fossili di ambiente litorale e clasti eterogenei cementati da calcite, elementi che suggeriscono condizioni di acque basse (fino a contesti propriamente litorali) e tassi di sedimentazione irregolari, probabilmente controllati da tempeste o da apporti fluviali improvvisi. Gli strati inferiori contengono invece solo rari fossili marini per lo più rappresentati da microfauna e frammenti finissimi, i quali indicano un ambiente di bassa energia compatibile con un fronte di prodelta o con acque relativamente più profonde.

La variazione laterale osservata nel macco MCC e nelle sabbie RGG, con passaggi su scala di poche centinaia di metri da facies calcarenitiche grossolane e fortemente cementate a facies sabbiose più fini, omogenee e poco consolidate, suggerisce un paleoambiente costiero articolato, caratterizzato da forti gradienti di energia e da un apporto sedimentario eterogeneo. Le calcareniti indicano settori più prossimali caratterizzati da maggiore energia, come barre litorali o aree di rielaborazione da parte delle onde di tempesta dove la produzione biologica carbonatica era elevata e l'accumulo di bioclasti portava alla cementazione precoce. Le facies più sabbiose e meno cementate rappresentano invece zone più distali o aree influenzate da un apporto terrigeno maggiore, probabilmente legato a vicini punti di ingresso fluviale o a settori del fondale con morfologie che favorivano la decantazione del materiale fine. Nel complesso, l’eteropia laterale indica un ambiente di piattaforma di profondità molto bassa, organizzato a mosaico, dove processi locali come variazioni di energia, eventi di tempesta o discontinuità di produzione carbonatica generavano corpi sedimentari coevi ma litologicamente differenti. Tale configurazione è tipica dei sistemi costieri dinamici, nei quali la linea di riva e le zone di accumulo biologico possono migrare lateralmente anche in tempi relativamente brevi.

Questa successione, seppur interrotta da diverse superfici di discontinuità, testimonia globalmente una condizione di progradazione (spostamento della linea di riva del mare verso largo) e una diminuzione di profondità del mare rispetto alle condizioni precedenti registrate nelle litologie sottostanti più antiche. La presenza delle superfici erosive indica che localmente questo fenomeno non è avvenuto in modo graduale e continuo, ma attraverso episodi bruschi, probabilmente legati a eventi ad alta energia o a rapidi cambiamenti nelle dinamiche deposizionali, ad esempio a causa di apporti fluviali repentini o di eventi di burrasca.

Altre rocce simili al macco di Tarquinia e coeve ad esso sono state trovate in altri punti del Lazio costiero come ad esempio Palo e ad Anzio, dove affiorano sul mare e formano pareti verticali perfettamente esposte (8), o nei pressi del Monte Soratte (9).

Sotto, foto panoramica di una porzione di affioramento sopravvissuta allo sfruttamento della cava: qui si può osservare l'alternanza degli strati e i loro rapporti geometrici.

Sotto, foto panoramica di una porzione di affioramento sopravvissuta allo sfruttamento della cava: qui si può osservare l'alternanza degli strati e i loro rapporti geometrici.

Aspetti paleontologici

In questa località i fossili possono essere osservati sia nei massi rotolati e nei materiali di scavo accumulati ai piedi delle pareti, sia direttamente lungo le superfici affioranti. Seguendo i sentieri che costeggiano la base della scarpata è possibile individuare numerosi esemplari, ma i fossili dal valore scientifico più elevato sono senza dubbio quelli ancora inglobati nella parete poiché conservano la loro posizione originaria di deposizione.

Le Ostrea rappresentano i fossili più abbondanti nel giacimento, presenti sia negli strati più fini sia in quelli più grossolani. Raggiungono talvolta dimensioni notevoli, oltre 20–25 cm di diametro, e si rinvengono sia a valve singole sia ancora articolate.

Le differenze morfologiche tra gli esemplari dei vari livelli sono particolarmente significative: le Ostrea degli strati più fini mostrano caratteristiche tipiche degli ambienti a bassa energia, come gusci più piccoli e sottili, lamellosi, con margini taglienti poco erosi e profilo regolare e appiattito. Al contrario, gli esemplari provenienti dalle calcareniti più grossolane, depositate in condizioni ad alta energia, presentano un maggiore grado di erosione, dimensioni decisamente superiori, spessori anche di 5–6 cm e una forma generalmente più tondeggiante.

La superficie esterna mostra spesso asperità, gibbosità e abbondanti incrostazioni di balanidi, briozoi, spugne e anellidi. Queste caratteristiche denotano l'età degli esemplari (gusci più grandi appartengono a esemplari adulti, i più piccoli a individui giovanili o sub-adulti) e l'ambiente dove hanno vissuto (esemplari più inspessiti e irregolari sono tipici di un ambiente a più alta energia, mentre i gusci sottili vengono prodotti in ambienti più tranquilli).

Altri molluschi facilmente osservabili sono i pettinidi: le specie più comuni sono sicuramente Pecten jacobaeus, Aequipecten opercularis, Aequipecten opercularis, Aequipecten scabrella, Flabellipecten flabelliformis e Amusium cristatum.  I bivalvi sono rappresentati anche da specie tipiche dei fondali sabbiosi e dallo stile di vita fossorio, come Glycymeris e Venus, e da specie sessili come Chama e Mytilus. I gasteropodi sono molto meno comuni dei bivalvi, e si rinvengono perlopiù sotto forma di calchi dalla tipica forma involuta.

I Balanidae, anche questi molto frequenti, sono presenti con almeno due specie diverse, una simile al Megabalanus tintinnabulum e un'altra più piccola simile a Balanus concavus. Si trovano anche diversi brachiopodi tra cui Terebratula, con esemplari che possono raggiungere i 4-5 cm, e specie di piccole dimensioni simili all'attuale Argyrotheca. Altri organismi facilmente osservabili sono le alghe coralline, gli anellidi come Ditrupa cornea e gli echinodermi regolari e irregolari, questi ultimi rinvenibili sotto forma di spine e articoli disarticolati o in esemplari completi come nel caso dei piccoli Echinocyamus.

Le specie litorali come Ostrea e Pecten presentano di solito un grado di autoctonia molto minore rispetto alle specie più di profondità come Amusium, Flabellipecten e i brachiopodi, ossia presentano i segni tipici di un lungo trasporto in mare come forte abrasione, fratturazione e dissoluzione dei gusci. Le valve degli esemplari giganti di Ostrea sono spesso pesantemente erose e presentano fratture che portano alla luce la struttura lamellare dello spessore del guscio.

I gusci degli esemplari litorali sono incrostati da diversi organismi sessili: briozoi come Membranipora, segni spirali degli anellidi Spirorbis, spugne clionidi perforanti che producono la ichnospecie Entobia (19), resti di adesione di balani e talli di alghe coralline. Le specie tipiche di ambiente più profondo non presentano invece alcuna incrostazione.

Queste differenze nella distribuzione dei danni e delle incrostazioni sui gusci permette di distinguere in modo abbastanza accurato la fauna autoctona da quella alloctona. È proprio la fauna autoctona che permette di fare inferenze sull'ambiente di deposizione dei sedimenti; la fauna alloctona, di carattere più litorale, raggiungeva queste profondità a seguito di eventi ad alta energia come le tempeste.

La valva sinistra di un Pecten jacobaeus, facilmente riconoscibile per la forma piatta, non convessa (caratteristica del genere) e dalla sezione quadrangolare delle coste.La valva sinistra di un Pecten jacobaeus, facilmente riconoscibile per la forma piatta, non convessa (caratteristica del genere) e dalla sezione quadrangolare delle coste.
Una Ostrea che spunta da un livello sabbioso poco cementato; sulla superficie si nota un Balanidae.

​I calchi sono molto numerosi e sono presenti quasi esclusivamente nella facies calcarenitica, perlopiù nelle forme di modello interno e calco esterno.

Il processo di dissoluzione dei resti biogeni ha rilasciato carbonato di calcio nei fluidi interstiziali, successivamente ridistribuito e ridepositato negli strati inferiori, dove ha favorito una cementazione più intensa. Anche nella facies sabbiosa RGG si osservano tracce di dissoluzione, testimoniata dalla presenza di calchi o gusci parzialmente demineralizzati, ma l’entità di questi processi è stata probabilmente più limitata. Questo è coerente con la minore abbondanza di componenti bioclastiche in questa facies, che ha messo a disposizione una quantità molto inferiore di carbonato rispetto al macco MCC, riducendo di conseguenza la capacità dei fluidi circolanti di produrre cementazione secondaria significativa.

I foraminiferi rivestono un ruolo fondamentale nella ricostruzione del paleoambiente e dei suoi principali parametri, come profondità, temperatura e tassi di sedimentazione.

Nel macco di Tarquinia particolare rilevanza assume Amphistegina, un foraminifero bentonico (abitante del fondale marino) ampiamente utilizzato come bioindicatore ambientale. La sua abbondanza nel macco, così come in altri affioramenti pliocenici del Lazio (Palo, Anzio e varie località della valle del Tevere), ha permesso studi dettagliati sul Pliocene laziale.

Ricerche condotte su popolazioni attuali hanno infatti dimostrato che la presenza di Amphistegina, insieme alla dimensione e alla morfologia dei suoi gusci, riflette condizioni come la profondità dell’acqua, l’intensità della luce disponibile e la temperatura media del mare (6)(5).

Sezione di una Ostrea nel quale si riconosce perfettamente la struttura a strati del guscio: notare la tipica frattura a prismi che contraddistingue i grossi esemplari.Sezione di una Ostrea nel quale si riconosce perfettamente la struttura a strati del guscio: notare la tipica frattura a prismi che contraddistingue i grossi esemplari.

Alcuni ricercatori nel 2005 (4) hanno individuato due diversi "orizzonti ad Amphistegina" all’interno delle successioni plioceniche del Lazio, riconducibili a due episodi differenti di proliferazione di questo foraminifero. Il livello rinvenuto nel macco di Tarquinia, documentato in una carota prelevata nei pressi del cimitero, è stato attribuito al Piacenziano (circa 3,6-2,6 Ma), mentre gli altri livelli noti nelle varie località laziali rientrano nel Gelasiano, in passato considerato l’ultimo piano del Pliocene e oggi assegnato al Pleistocene inferiore (circa 2,6–1,8 Ma).

L’improvvisa abbondanza di Amphistegina in questi intervalli è interpretata come il risultato dell’instaurarsi di condizioni ambientali particolarmente favorevoli: acque relativamente calde, basse e ben illuminate, requisito fondamentale per organismi fotosimbionti (5).  L’orizzonte individuato a Tarquinia sembrerebbe rappresentare l’ultimo episodio di riscaldamento significativo nel Mediterraneo prima del marcato deterioramento climatico avvenuto attorno a 2,1 Ma, seguito dalle grandi oscillazioni ambientali del Pleistocene.

La distribuzione attuale di Amphistegina nel Mediterraneo limitata alle coste che vanno dal Nord Africa al mar Egeo (aree caratterizzate da temperature medie sensibilmente più elevate rispetto al Tirreno) conferma il significato paleoambientale di questo foraminifero (5). Il suo ritrovamento nei depositi pliocenici del Lazio, spesso con esemplari di dimensioni notevoli (i gusci possono superare il centimetro pur essendo prodotti da organismi unicellulari), indica dunque condizioni climatiche più calde rispetto a quelle attuali, coerentemente con quanto suggerito dall’analisi dei macrofossili.

Le tracce di bioturbazione sono intense e molto diffuse: nel macco si osservano numerosi ichnofossili, tra cui Thalassinoides e Skolithos, che insistono perlopiù negli strati più fini ma sono presenti anche in quelli grossolani. Thalassinoides rappresenta delle gallerie di crostacei ramificate "a Y", generalmente orizzontali o suborizzontali, con diametro costante di 1–2 cm e talvolta concrezionate (18). Skolithos, invece, comprende tubi verticali o sub-verticali, non ramificati, scavati principalmente da organismi infaunali come vermi o piccoli crostacei, e indicano ambienti sabbiosi ad alta energia.

Altre tracce rinvenibili derivano da organismi sessili e durofagi, come Entobia (ichnogenere prodotto da perforazioni di poriferi su gusci calcarei), le tracce dell'adesione di balanidi (con la classica forma a spirale raggiata, talvolta con margini righettati se parte della base è rimasta) e degli anellidi spirorbidi (facilmente individuabili sulle ostriche come segni spiraliformi di diametro inferiore al centimetro).

Tutti questi organismi hanno abitato attivamente il substrato durante il deposito dei sedimenti; le loro tracce sono poi state completamente sepolte e riempite, conservandosi fino alla litificazione. In alcune cavità si osservano piccoli pellet fecali (coproliti), prodotti da invertebrati che hanno utilizzato i gusci di molluschi morti come rifugio o che hanno defecato nelle gallerie che abitavano. 

Sulla superficie delle rocce esposte sono visibili anche patine di alterazione nero-bluastre, che non sono resti fossili ma strutture attuali derivate principalmente dall’azione biologica di licheni e muffe, che colonizzano le zone maggiormente bagnate dall’acqua di scolo. Le rocce fresche, appena fratturate, appaiono di colore giallo-biancastro o bianco candido, e tendono a scurirsi con il tempo a causa di processi ossidativi atmosferici e biologici.

Un ichnofossile (sembra Skolithos) che si staglia trasversalmente agli strati nel macco di Tarquinia: l'organismo che lo ha prodotto è penetrato nel sedimento detritico del fondo formando una tana sostentata dal muco, la forma della quale si è conservata fino ad oggi.Un ichnofossile (sembra Skolithos) che si staglia trasversalmente agli strati nel macco di Tarquinia: l'organismo che lo ha prodotto è penetrato nel sedimento detritico del fondo formando una tana sostentata dal muco, la forma della quale si è conservata fino ad oggi.

In conclusione, il macco MCC in Località Pisciarello mostra chiaramente una finestra geologica sul Pliocene medio-superiore, e testimonia gli ultimi periodi di clima più caldo prima dell'ingresso nel più freddo Pleistocene.

Questa successione mostra anche una certa tendenza del mare a diminuire di profondità durante la deposizione, ma questo si vede molto meglio nel macco di Monte Riccio (anche qui un'ex cava) in cui si possono rinvenire fossili più continentali nel tetto della successione e addirittura diversi resti di mammiferi. La cava di Località Pisciarello è sicuramente un'ottima palestra didattica sulle Scienze della Terra in cui si possono distinguere facilmente diverse strutture geologiche e dove si possono studiare la tafonomia e la biologia dei reperti fossili.

Sopra, una scarrellata di fossili provenienti dal macco MCC di Località Pisciarello: a sinistra un echinoderma regolare (simile agli attuali Paracentrotus e Arbacia), al centro dei modelli interni di un gasteropode involuto e di due probabili brachiopodi simili a Terebratula, a destra un piccolo echinoderma regolare, probabilmente un esemplare giovanile.Sopra, una scarrellata di fossili provenienti dal macco MCC di Località Pisciarello: a sinistra un echinoderma regolare (simile agli attuali Paracentrotus e Arbacia), al centro dei modelli interni di un gasteropode involuto e di due probabili brachiopodi simili a Terebratula, a destra un piccolo echinoderma regolare, probabilmente un esemplare giovanile.

Aspetti paleontologici

In questa località i fossili possono essere osservati sia nei massi rotolati e nei materiali di scavo accumulati ai piedi delle pareti, sia direttamente lungo le superfici affioranti. Seguendo i sentieri che costeggiano la base della scarpata è possibile individuare numerosi esemplari, ma i fossili dal valore scientifico più elevato sono senza dubbio quelli ancora inglobati nella parete poiché conservano la loro posizione originaria di deposizione.

Le Ostrea rappresentano i fossili più abbondanti nel giacimento, presenti sia negli strati più fini sia in quelli più grossolani. Raggiungono talvolta dimensioni notevoli, oltre 20–25 cm di diametro, e si rinvengono sia a valve singole sia ancora articolate. Le differenze morfologiche tra gli esemplari dei vari livelli sono particolarmente significative: le Ostrea degli strati più fini mostrano caratteristiche tipiche degli ambienti a bassa energia, come gusci più piccoli e sottili, lamellosi, con margini taglienti poco erosi e profilo regolare e appiattito. Al contrario, gli esemplari provenienti dalle calcareniti più grossolane, depositate in condizioni ad alta energia, presentano un maggiore grado di erosione, dimensioni decisamente superiori, spessori anche di 5–6 cm e una forma generalmente più tondeggiante. La superficie esterna mostra spesso asperità, gibbosità e abbondanti incrostazioni di balanidi, briozoi, spugne e anellidi. Queste caratteristiche denotano l'età degli esemplari (gusci più grandi appartengono a esemplari adulti, i più piccoli a individui giovanili o sub-adulti) e l'ambiente dove hanno vissuto (esemplari più inspessiti e irregolari sono tipici di un ambiente a più alta energia, mentre i gusci sottili vengono prodotti in ambienti più tranquilli).

Altri molluschi facilmente osservabili sono i pettinidi: le specie più comuni sono sicuramente Pecten jacobaeus, Aequipecten opercularisAequipecten scabrellaFlabellipecten flabelliformis e Amusium cristatum.  I bivalvi sono rappresentati anche da specie tipiche dei fondali sabbiosi e dallo stile di vita fossorio, come Glycymeris e Venus, e da specie sessili come Chama e Mytilus. I gasteropodi sono molto meno comuni dei bivalvi, e si rinvengono perlopiù sotto forma di calchi dalla tipica forma involuta.

I Balanidae, anche questi molto frequenti, sono presenti con almeno due specie diverse, una simile al Megabalanus tintinnabulum e un'altra più piccola simile a Balanus concavus. Si trovano anche diversi brachiopodi tra cui Terebratula, con esemplari che possono raggiungere i 4-5 cm, e specie di piccole dimensioni simili all'attuale Argyrotheca. Altri organismi facilmente osservabili sono le alghe coralline, gli anellidi come Ditrupa cornea e gli echinodermi regolari e irregolari, questi ultimi rinvenibili sotto forma di spine e articoli disarticolati o in esemplari completi come nel caso dei piccoli Echinocyamus.

Le specie litorali come Ostrea e Pecten presentano di solito un grado di autoctonia molto minore rispetto alle specie più di profondità come Amusium, Flabellipecten e i brachiopodi, ossia presentano i segni tipici di un lungo trasporto in mare come forte abrasione, fratturazione e dissoluzione dei gusci. Le valve degli esemplari giganti di Ostrea sono spesso pesantemente erose e presentano fratture che portano alla luce la struttura lamellare dello spessore del guscio. I gusci degli esemplari litorali sono incrostati da diversi organismi sessili: briozoi come Membranipora, segni spirali degli anellidi Spirorbis, spugne clionidi perforanti che producono la ichnospecie Entobia (19), resti di adesione di balani e talli di alghe coralline. Le specie tipiche di ambiente più profondo non presentano invece alcuna incrostazione.

Queste differenze nella distribuzione dei danni e delle incrostazioni sui gusci permette di distinguere in modo abbastanza accurato la fauna autoctona da quella alloctona. È proprio la fauna autoctona che permette di fare inferenze sull'ambiente di deposizione dei sedimenti; la fauna alloctona, di carattere più litorale, raggiungeva queste profondità a seguito di eventi ad alta energia come le tempeste.

La valva sinistra di un Pecten jacobaeus, facilmente riconoscibile per la forma piatta, non convessa (caratteristica del genere) e dalla sezione quadrangolare delle coste.La valva sinistra di un Pecten jacobaeus, facilmente riconoscibile per la forma piatta, non convessa (caratteristica del genere) e dalla sezione quadrangolare delle coste.
Una Ostrea che spunta da un livello sabbioso poco cementato; sulla superficie si nota un Balanidae.

​I calchi sono molto numerosi e sono presenti quasi esclusivamente nella facies calcarenitica, perlopiù nelle forme di modello interno e calco esterno. Il processo di dissoluzione dei resti biogeni ha rilasciato carbonato di calcio nei fluidi interstiziali, successivamente ridistribuito e ridepositato negli strati inferiori, dove ha favorito una cementazione più intensa. Anche nella facies sabbiosa RGG si osservano tracce di dissoluzione, testimoniata dalla presenza di calchi o gusci parzialmente demineralizzati, ma l’entità di questi processi è stata probabilmente più limitata. Questo è coerente con la minore abbondanza di componenti bioclastiche in questa facies, che ha messo a disposizione una quantità molto inferiore di carbonato rispetto al macco MCC, riducendo di conseguenza la capacità dei fluidi circolanti di produrre cementazione secondaria significativa.

I foraminiferi rivestono un ruolo fondamentale nella ricostruzione del paleoambiente e dei suoi principali parametri, come profondità, temperatura e tassi di sedimentazione. Nel macco di Tarquinia particolare rilevanza assume Amphistegina, un foraminifero bentonico (abitante del fondale marino) ampiamente utilizzato come bioindicatore ambientale. La sua abbondanza nel macco, così come in altri affioramenti pliocenici del Lazio (Palo, Anzio e varie località della valle del Tevere), ha permesso studi dettagliati sul Pliocene laziale. Ricerche condotte su popolazioni attuali hanno infatti dimostrato che la presenza di Amphistegina, insieme alla dimensione e alla morfologia dei suoi gusci, riflette condizioni come la profondità dell’acqua, l’intensità della luce disponibile e la temperatura media del mare (6)(5).

Sezione di una Ostrea nel quale si riconosce perfettamente la struttura a strati del guscio: notare la tipica frattura a prismi che contraddistingue i grossi esemplari.Sezione di una Ostrea nel quale si riconosce perfettamente la struttura a strati del guscio: notare la tipica frattura a prismi che contraddistingue i grossi esemplari.

Alcuni ricercatori nel 2005 (4) hanno individuato due diversi "orizzonti ad Amphistegina" all’interno delle successioni plioceniche del Lazio, riconducibili a due episodi differenti di proliferazione di questo foraminifero. Il livello rinvenuto nel macco di Tarquinia, documentato in una carota prelevata nei pressi del cimitero, è stato attribuito al Piacenziano (circa 3,6-2,6 Ma), mentre gli altri livelli noti nelle varie località laziali rientrano nel Gelasiano, in passato considerato l’ultimo piano del Pliocene e oggi assegnato al Pleistocene inferiore (circa 2,6–1,8 Ma). L’improvvisa abbondanza di Amphistegina in questi intervalli è interpretata come il risultato dell’instaurarsi di condizioni ambientali particolarmente favorevoli: acque relativamente calde, basse e ben illuminate, requisito fondamentale per organismi fotosimbionti (5).  L’orizzonte individuato a Tarquinia sembrerebbe rappresentare l’ultimo episodio di riscaldamento significativo nel Mediterraneo prima del marcato deterioramento climatico avvenuto attorno a 2,1 Ma, seguito dalle grandi oscillazioni ambientali del Pleistocene. La distribuzione attuale di Amphistegina nel Mediterraneo limitata alle coste che vanno dal Nord Africa al mar Egeo (aree caratterizzate da temperature medie sensibilmente più elevate rispetto al Tirreno) conferma il significato paleoambientale di questo foraminifero (5). Il suo ritrovamento nei depositi pliocenici del Lazio, spesso con esemplari di dimensioni notevoli (i gusci possono superare il centimetro pur essendo prodotti da organismi unicellulari), indica dunque condizioni climatiche più calde rispetto a quelle attuali, coerentemente con quanto suggerito dall’analisi dei macrofossili.

Le tracce di bioturbazione sono intense e molto diffuse: nel macco si osservano numerosi ichnofossili, tra cui Thalassinoides e Skolithos, che insistono perlopiù negli strati più fini ma sono presenti anche in quelli grossolani. Thalassinoides rappresenta delle gallerie di crostacei ramificate "a Y", generalmente orizzontali o suborizzontali, con diametro costante di 1–2 cm e talvolta concrezionate (18). Skolithos, invece, comprende tubi verticali o sub-verticali, non ramificati, scavati principalmente da organismi infaunali come vermi o piccoli crostacei, e indicano ambienti sabbiosi ad alta energia.

Altre tracce rinvenibili derivano da organismi sessili e durofagi, come Entobia (ichnogenere prodotto da perforazioni di poriferi su gusci calcarei), le tracce dell'adesione di balanidi (con la classica forma a spirale raggiata, talvolta con margini righettati se parte della base è rimasta) e degli anellidi spirorbidi (facilmente individuabili sulle ostriche come segni spiraliformi di diametro inferiore al centimetro).

Tutti questi organismi hanno abitato attivamente il substrato durante il deposito dei sedimenti; le loro tracce sono poi state completamente sepolte e riempite, conservandosi fino alla litificazione. In alcune cavità si osservano piccoli pellet fecali (coproliti), prodotti da invertebrati che hanno utilizzato i gusci di molluschi morti come rifugio o che hanno defecato nelle gallerie che abitavano.

Sulla superficie delle rocce esposte sono visibili anche patine di alterazione nero-bluastre, che non sono resti fossili ma strutture attuali derivate principalmente dall’azione biologica di licheni e muffe, che colonizzano le zone maggiormente bagnate dall’acqua di scolo. Le rocce fresche, appena fratturate, appaiono di colore giallo-biancastro o bianco candido, e tendono a scurirsi con il tempo a causa di processi ossidativi atmosferici e biologici.

Un ichnofossile (sembra Skolithos) che si staglia trasversalmente agli strati nel macco di Tarquinia: l'organismo che lo ha prodotto è penetrato nel sedimento detritico del fondo formando una tana sostentata dal muco, la forma della quale si è conservata fino ad oggi.Un ichnofossile (sembra Skolithos) che si staglia trasversalmente agli strati nel macco di Tarquinia: l'organismo che lo ha prodotto è penetrato nel sedimento detritico del fondo formando una tana sostentata dal muco, la forma della quale si è conservata fino ad oggi.

In conclusione, il macco MCC in Località Pisciarello mostra chiaramente una finestra geologica sul Pliocene medio-superiore, e testimonia gli ultimi periodi di clima più caldo prima dell'ingresso nel più freddo Pleistocene. Questa successione mostra anche una certa tendenza del mare a diminuire di profondità durante la deposizione, ma questo si vede molto meglio nel macco di Monte Riccio (anche qui un'ex cava) in cui si possono rinvenire fossili più continentali nel tetto della successione e addirittura diversi resti di mammiferi. La cava di Località Pisciarello è sicuramente un'ottima palestra didattica sulle Scienze della Terra in cui si possono distinguere facilmente diverse strutture geologiche e dove si possono studiare la tafonomia e la biologia dei reperti fossili.

Sopra, una scarrellata di fossili provenienti dal macco MCC di Località Pisciarello: a sinistra un echinoderma regolare (simile agli attuali Paracentrotus e Arbacia), al centro dei modelli interni di un gasteropode involuto e di due probabili brachiopodi simili a Terebratula, a destra un piccolo echinoderma regolare, probabilmente un esemplare giovanile.Sopra, una scarrellata di fossili provenienti dal macco MCC di Località Pisciarello: a sinistra un echinoderma regolare (simile agli attuali Paracentrotus e Arbacia), al centro dei modelli interni di un gasteropode involuto e di due probabili brachiopodi simili a Terebratula, a destra un piccolo echinoderma regolare, probabilmente un esemplare giovanile.

Come arrivarci

Raggiungere questo punto è molto semplice: si trova a pochi metri dall’incrocio tra la SS1 bis e la SP43 (Via Ripagretta), la strada che collega la statale al centro di Tarquinia. Si può parcheggiare in cima alla formazione, vicino ai campi che costeggiano la discarica, oppure alla sua base, proseguendo per meno di 100 metri in direzione Civitavecchia fino a raggiungere un ampio spiazzo sulla sinistra, affacciato direttamente sulla grande parete giallastra.

Occorre prestare attenzione a dove si lascia l’auto poichè la zona è frequentata sia per le attività della discarica (accesso dall’alto) sia per i lavori agricoli (accesso dal basso), e un parcheggio improprio potrebbe arrecare disturbo agli addetti ai lavori. In alcuni periodi potrebbero essere presenti recinzioni o chiusure temporanee, per cui occorre sempre fare attenzione a non accedere a proprietà private o a luoghi chiusi al pubblico.

Una volta sul posto, occorre fare molta prudenza a causa delle rocce sdrucciolevoli e taglienti. È sconsigliato salire sulle pareti poichè spesso sono instabili o scivolose. In estate occorre prevedere incontri con rovi, vipere e insetti pungenti che possono essere presenti nell’area.

Segnali dell'utilizzo del territorio da parte dell'uomo: balle di fieno, muretti a secco, resti metallici della vecchia cava e qualche rifiuto abbandonato indicano che la zona è tutt'oggi battuta e utilizzata.Segnali dell'utilizzo del territorio da parte dell'uomo: balle di fieno, muretti a secco, resti metallici della vecchia cava e qualche rifiuto abbandonato indicano che la zona è tutt'oggi battuta e utilizzata.


Conservazione

In questa zona sono attualmente presenti una discarica e una cava attiva di macco, che lentamente andranno a cambiare la conformazione di questo esteso affioramento calcarenitico. La zona recensita in cui si stagliano le pareti verticali non è più una cava attiva, tuttavia tutto il terreno in piano è interessato da lavorazioni agricole, così come la maggior parte dell'area antistante rivolta verso il mare.

È un luogo relativamente abbandonato se non fosse per i terreni agricoli: oltre a un po' di immondizia, che in Italia non manca mai, si possono trovare diversi manufatti in cemento e in metallo, molto degradati, lasciati lì probabilmente dal momento della chiusura della cava e mai più recuperati, un po' come nel vicino Monte Riccio. Inoltre si possono trovare molto frequentemente delle ossa di mammiferi, come femori o crani di bovini o animali selvatici e denti di roditori, segno che la zona è molto battuta dagli animali.

Le rocce descritte sono state messe in luce dalle attività di cava, che hanno conferito a questo alto strutturale una morfologia simile a una falesia, rendendolo ben esposto e facilmente analizzabile dal punto di vista geologico e paleontologico.


Un indirizzo deve essere specificato per incorporare una mappa

Come arrivarci

Raggiungere questo punto è molto semplice: si trova a pochi metri dall’incrocio tra la SS1 bis e la SP43 (Via Ripagretta), la strada che collega la statale al centro di Tarquinia. Si può parcheggiare in cima alla formazione, vicino ai campi che costeggiano la discarica, oppure alla sua base, proseguendo per meno di 100 metri in direzione Civitavecchia fino a raggiungere un ampio spiazzo sulla sinistra, affacciato direttamente sulla grande parete giallastra.

Occorre prestare attenzione a dove si lascia l’auto poichè la zona è frequentata sia per le attività della discarica (accesso dall’alto) sia per i lavori agricoli (accesso dal basso), e un parcheggio improprio potrebbe arrecare disturbo agli addetti ai lavori. In alcuni periodi potrebbero essere presenti recinzioni o chiusure temporanee, per cui occorre sempre fare attenzione a non accedere a proprietà private o a luoghi chiusi al pubblico.

Una volta sul posto, occorre fare molta prudenza a causa delle rocce sdrucciolevoli e taglienti. È sconsigliato salire sulle pareti poichè spesso sono instabili o scivolose. In estate occorre prevedere incontri con rovi, vipere e insetti pungenti che possono essere presenti nell’area.

 

Segnali dell'utilizzo del territorio da parte dell'uomo: balle di fieno, muretti a secco, resti metallici della vecchia cava e qualche rifiuto abbandonato indicano che la zona è tutt'oggi battuta e utilizzata.Segnali dell'utilizzo del territorio da parte dell'uomo: balle di fieno, muretti a secco, resti metallici della vecchia cava e qualche rifiuto abbandonato indicano che la zona è tutt'oggi battuta e utilizzata.


Conservazione

In questa zona sono attualmente presenti una discarica e una cava attiva di macco, che lentamente andranno a cambiare la conformazione di questo esteso affioramento calcarenitico. La zona recensita in cui si stagliano le pareti verticali non è più una cava attiva, tuttavia tutto il terreno in piano è interessato da lavorazioni agricole, così come la maggior parte dell'area antistante rivolta verso il mare.

È un luogo relativamente abbandonato se non fosse per i terreni agricoli: oltre a un po' di immondizia, che in Italia non manca mai, si possono trovare diversi manufatti in cemento e in metallo, molto degradati, lasciati lì probabilmente dal momento della chiusura della cava e mai più recuperati, un po' come nel vicino Monte Riccio. Inoltre si possono trovare molto frequentemente delle ossa di mammiferi, come femori o crani di bovini o animali selvatici e denti di roditori, segno che la zona è molto battuta dagli animali.

Le rocce descritte sono state messe in luce dalle attività di cava, che hanno conferito a questo alto strutturale una morfologia simile a una falesia, rendendolo ben esposto e facilmente analizzabile dal punto di vista geologico e paleontologico.





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Dettaglio della superficie di discontinuità che separa i livelli sottostanti a granulometria fine dai sovrastanti strati più grossolani e calcarei. L’analisi di questa struttura evidenzia come il cambiamento delle condizioni deposizionali sia avvenuto in modo relativamente repentino, probabilmente associato a processi erosivi. Ciò è testimoniato dal netto taglio degli strati a sedimento fine da parte dei livelli sovrastanti e dalla lieve ondulazione della superficie di contatto, interpretabile come un’impronta di forme di fondo.

Dettaglio della superficie di discontinuità che separa i livelli sottostanti a granulometria fine dai sovrastanti strati più grossolani e calcarei. L’analisi di questa struttura evidenzia come il cambiamento delle condizioni deposizionali sia avvenuto in modo relativamente repentino, probabilmente associato a processi erosivi. Ciò è testimoniato dal netto taglio degli strati a sedimento fine da parte dei livelli sovrastanti e dalla lieve ondulazione della superficie di contatto, interpretabile come un’impronta di forme di fondo.

Porzione di affioramento a Località Pisciarello. Si notano alla base delle sabbie medio-fini che passano verso l'alto, attraverso eventi ben distinguibili, a sabbie calcaree bioclastiche più grossolane dove la stratificazione è meno evidente a causa della bioturbazione e della cementazione carbonatica.

Porzione di affioramento a Località Pisciarello. Si notano alla base delle sabbie medio-fini che passano verso l'alto, attraverso eventi ben distinguibili, a sabbie calcaree bioclastiche più grossolane dove la stratificazione è meno evidente a causa della bioturbazione e della cementazione carbonatica.

In questo taglio verticale sono ben riconoscibili le principali strutture geologiche di scala maggiore, quali discontinuità verticali, passaggi orizzontali tra differenti litologie, superfici erosive, faglie e fratture. Una successione così ben esposta si presta in modo ottimale allo studio geometrico mediante log stratigrafici e schemi deposizionali, che consentono di ricostruire l’architettura a grande scala del corpo sedimentario e di interpretare le modalità di deposizione dei singoli livelli e degli eventi che ne hanno determinato la formazione.

In questo taglio verticale sono ben riconoscibili le principali strutture geologiche di scala maggiore, quali discontinuità verticali, passaggi orizzontali tra differenti litologie, superfici erosive, faglie e fratture. Una successione così ben esposta si presta in modo ottimale allo studio geometrico mediante log stratigrafici e schemi deposizionali, che consentono di ricostruire l’architettura a grande scala del corpo sedimentario e di interpretare le modalità di deposizione dei singoli livelli e degli eventi che ne hanno determinato la formazione.

Le porzioni di affioramento come questa, costituite da sabbie a granulometria più fine, a differenza di quelle calcarenitiche risultano intensamente bioturbate e spesso prive di una stratificazione chiaramente riconoscibile. Tale caratteristica è interpretabile in relazione all’energia degli ambienti deposizionali: nelle fasi a minore energia, durante le quali si deponevano sedimenti sabbiosi fini, il fondale era colonizzato da una fitta comunità di organismi bentonici che ne rimaneggiavano i sedimenti. Al contrario, nei periodi a maggiore energia, associati alla deposizione delle calcareniti grossolane, le condizioni ambientali risultavano meno favorevoli allo sviluppo e alla permanenza di organismi legati al fondale, per cui nei depositi associati si osserva una relativa carenza di ichnofossili.

Le porzioni di affioramento come questa, costituite da sabbie a granulometria più fine, a differenza di quelle calcarenitiche risultano intensamente bioturbate e spesso prive di una stratificazione chiaramente riconoscibile. Tale caratteristica è interpretabile in relazione all’energia degli ambienti deposizionali: nelle fasi a minore energia, durante le quali si deponevano sedimenti sabbiosi fini, il fondale era colonizzato da una fitta comunità di organismi bentonici che ne rimaneggiavano i sedimenti. Al contrario, nei periodi a maggiore energia, associati alla deposizione delle calcareniti grossolane, le condizioni ambientali risultavano meno favorevoli allo sviluppo e alla permanenza di organismi legati al fondale, per cui nei depositi associati si osserva una relativa carenza di ichnofossili.

Ingrandimento di una frattura fresca nella calcarenite: sono osservabili numerosi bioclasti immersi in una matrice carbonatica. I piccoli noduli rotondeggianti e biancastri mostrano una struttura interna a pattern concentrico, per cui sono compatibili con resti di foraminiferi. Accanto ai fossili si riconoscono inoltre numerose cavità di dissoluzione, che riproducono la morfologia degli organismi originariamente presenti e successivamente dissolti. La diversa intensità dei fenomeni di dissoluzione tra specie o singoli esemplari può essere attribuita alla differente suscettibilità dei gusci all’attacco chimico; in generale, gli scheletri di dimensioni minori e con pareti più sottili risultano più facilmente e precocemente dissolti rispetto a quelli più grandi e robusti.

Ingrandimento di una frattura fresca nella calcarenite: sono osservabili numerosi bioclasti immersi in una matrice carbonatica. I piccoli noduli rotondeggianti e biancastri mostrano una struttura interna a pattern concentrico, per cui sono compatibili con resti di foraminiferi. Accanto ai fossili si riconoscono inoltre numerose cavità di dissoluzione, che riproducono la morfologia degli organismi originariamente presenti e successivamente dissolti. La diversa intensità dei fenomeni di dissoluzione tra specie o singoli esemplari può essere attribuita alla differente suscettibilità dei gusci all’attacco chimico; in generale, gli scheletri di dimensioni minori e con pareti più sottili risultano più facilmente e precocemente dissolti rispetto a quelli più grandi e robusti.

In alcune porzioni dell’affioramento è possibile osservare fossili all’interno di blocchi distaccatisi dalla roccia madre e accumulatisi alla base del versante. Questi frammenti risultano particolarmente interessanti poiché tendono a rompersi preferenzialmente lungo le superfici di contatto tra matrice e macrofossili, favorendo una parziale o completa liberazione degli esemplari e consentendone un’osservazione più dettagliata. Nelle pareti verticali dell’affioramento, i resti degli organismi di maggiori dimensioni appaiono frequentemente sezionati, in quanto deposti sul fondale secondo un assetto idrodinamicamente favorevole, con l’asse maggiore orientato parallelamente alla paleocorrente. Infatti, l’osservazione dei grandi pettinidi integri è possibile quasi esclusivamente nei prodotti di erosione accumulati ai piedi degli affioramenti.

In alcune porzioni dell’affioramento è possibile osservare fossili all’interno di blocchi distaccatisi dalla roccia madre e accumulatisi alla base del versante.

Questi frammenti risultano particolarmente interessanti poiché tendono a rompersi preferenzialmente lungo le superfici di contatto tra matrice e macrofossili, favorendo una parziale o completa liberazione degli esemplari e consentendone un’osservazione più dettagliata.

Nelle pareti verticali dell’affioramento, i resti degli organismi di maggiori dimensioni appaiono frequentemente sezionati, in quanto deposti sul fondale secondo un assetto idrodinamicamente favorevole, con l’asse maggiore orientato parallelamente alla paleocorrente.

Infatti, l’osservazione dei grandi pettinidi integri è possibile quasi esclusivamente nei prodotti di erosione accumulati ai piedi degli affioramenti.

Dettaglio della superficie di discontinuità che separa i livelli sottostanti a granulometria fine dai sovrastanti strati più grossolani e calcarei. L’analisi di questa struttura evidenzia come il cambiamento delle condizioni deposizionali sia avvenuto in modo relativamente repentino, probabilmente associato a processi erosivi. Ciò è testimoniato dal netto taglio degli strati a sedimento fine da parte dei livelli sovrastanti e dalla lieve ondulazione della superficie di contatto, interpretabile come un’impronta di forme di fondo.

Dettaglio della superficie di discontinuità che separa i livelli sottostanti a granulometria fine dai sovrastanti strati più grossolani e calcarei. L’analisi di questa struttura evidenzia come il cambiamento delle condizioni deposizionali sia avvenuto in modo relativamente repentino, probabilmente associato a processi erosivi. Ciò è testimoniato dal netto taglio degli strati a sedimento fine da parte dei livelli sovrastanti e dalla lieve ondulazione della superficie di contatto, interpretabile come un’impronta di forme di fondo.

Porzione di affioramento a Località Pisciarello. Si notano alla base delle sabbie medio-fini che passano verso l'alto, attraverso eventi ben distinguibili, a sabbie calcaree bioclastiche più grossolane dove la stratificazione è meno evidente a causa della bioturbazione e della cementazione carbonatica.

Porzione di affioramento a Località Pisciarello. Si notano alla base delle sabbie medio-fini che passano verso l'alto, attraverso eventi ben distinguibili, a sabbie calcaree bioclastiche più grossolane dove la stratificazione è meno evidente a causa della bioturbazione e della cementazione carbonatica.

In questo taglio verticale sono ben riconoscibili le principali strutture geologiche di scala maggiore, quali discontinuità verticali, passaggi orizzontali tra differenti litologie, superfici erosive, faglie e fratture. Una successione così ben esposta si presta in modo ottimale allo studio geometrico mediante log stratigrafici e schemi deposizionali, che consentono di ricostruire l’architettura a grande scala del corpo sedimentario e di interpretare le modalità di deposizione dei singoli livelli e degli eventi che ne hanno determinato la formazione.

In questo taglio verticale sono ben riconoscibili le principali strutture geologiche di scala maggiore, quali discontinuità verticali, passaggi orizzontali tra differenti litologie, superfici erosive, faglie e fratture. Una successione così ben esposta si presta in modo ottimale allo studio geometrico mediante log stratigrafici e schemi deposizionali, che consentono di ricostruire l’architettura a grande scala del corpo sedimentario e di interpretare le modalità di deposizione dei singoli livelli e degli eventi che ne hanno determinato la formazione.

Le porzioni di affioramento come questa, costituite da sabbie a granulometria più fine, a differenza di quelle calcarenitiche risultano intensamente bioturbate e spesso prive di una stratificazione chiaramente riconoscibile. Tale caratteristica è interpretabile in relazione all’energia degli ambienti deposizionali: nelle fasi a minore energia, durante le quali si deponevano sedimenti sabbiosi fini, il fondale era colonizzato da una fitta comunità di organismi bentonici che ne rimaneggiavano i sedimenti. Al contrario, nei periodi a maggiore energia, associati alla deposizione delle calcareniti grossolane, le condizioni ambientali risultavano meno favorevoli allo sviluppo e alla permanenza di organismi legati al fondale, per cui nei depositi associati si osserva una relativa carenza di ichnofossili.

Le porzioni di affioramento come questa, costituite da sabbie a granulometria più fine, a differenza di quelle calcarenitiche risultano intensamente bioturbate e spesso prive di una stratificazione chiaramente riconoscibile. Tale caratteristica è interpretabile in relazione all’energia degli ambienti deposizionali: nelle fasi a minore energia, durante le quali si deponevano sedimenti sabbiosi fini, il fondale era colonizzato da una fitta comunità di organismi bentonici che ne rimaneggiavano i sedimenti. Al contrario, nei periodi a maggiore energia, associati alla deposizione delle calcareniti grossolane, le condizioni ambientali risultavano meno favorevoli allo sviluppo e alla permanenza di organismi legati al fondale, per cui nei depositi associati si osserva una relativa carenza di ichnofossili.

Ingrandimento di una frattura fresca nella calcarenite: sono osservabili numerosi bioclasti immersi in una matrice carbonatica. I piccoli noduli rotondeggianti e biancastri mostrano una struttura interna a pattern concentrico, per cui sono compatibili con resti di foraminiferi. Accanto ai fossili si riconoscono inoltre numerose cavità di dissoluzione, che riproducono la morfologia degli organismi originariamente presenti e successivamente dissolti. La diversa intensità dei fenomeni di dissoluzione tra specie o singoli esemplari può essere attribuita alla differente suscettibilità dei gusci all’attacco chimico; in generale, gli scheletri di dimensioni minori e con pareti più sottili risultano più facilmente e precocemente dissolti rispetto a quelli più grandi e robusti.

Ingrandimento di una frattura fresca nella calcarenite: sono osservabili numerosi bioclasti immersi in una matrice carbonatica. I piccoli noduli rotondeggianti e biancastri mostrano una struttura interna a pattern concentrico, per cui sono compatibili con resti di foraminiferi. Accanto ai fossili si riconoscono inoltre numerose cavità di dissoluzione, che riproducono la morfologia degli organismi originariamente presenti e successivamente dissolti. La diversa intensità dei fenomeni di dissoluzione tra specie o singoli esemplari può essere attribuita alla differente suscettibilità dei gusci all’attacco chimico; in generale, gli scheletri di dimensioni minori e con pareti più sottili risultano più facilmente e precocemente dissolti rispetto a quelli più grandi e robusti.

In alcune porzioni dell’affioramento è possibile osservare fossili all’interno di blocchi distaccatisi dalla roccia madre e accumulatisi alla base del versante. Questi frammenti risultano particolarmente interessanti poiché tendono a rompersi preferenzialmente lungo le superfici di contatto tra matrice e macrofossili, favorendo una parziale o completa liberazione degli esemplari e consentendone un’osservazione più dettagliata. Nelle pareti verticali dell’affioramento, i resti degli organismi di maggiori dimensioni appaiono frequentemente sezionati, in quanto deposti sul fondale secondo un assetto idrodinamicamente favorevole, con l’asse maggiore orientato parallelamente alla paleocorrente. Infatti, l’osservazione dei grandi pettinidi integri è possibile quasi esclusivamente nei prodotti di erosione accumulati ai piedi degli affioramenti.

In alcune porzioni dell’affioramento è possibile osservare fossili all’interno di blocchi distaccatisi dalla roccia madre e accumulatisi alla base del versante. Questi frammenti risultano particolarmente interessanti poiché tendono a rompersi preferenzialmente lungo le superfici di contatto tra matrice e macrofossili, favorendo una parziale o completa liberazione degli esemplari e consentendone un’osservazione più dettagliata. Nelle pareti verticali dell’affioramento, i resti degli organismi di maggiori dimensioni appaiono frequentemente sezionati, in quanto deposti sul fondale secondo un assetto idrodinamicamente favorevole, con l’asse maggiore orientato parallelamente alla paleocorrente. Infatti, l’osservazione dei grandi pettinidi integri è possibile quasi esclusivamente nei prodotti di erosione accumulati ai piedi degli affioramenti.


Lista delle specie rinvenute a Località Pisciarello

Le specie precedute da "†" sono estinte.

Sinonimie e validità dei nomi basate sui database online di WoRMS, Fossilworks e WMSDB.

Regno Animali
Phylum Molluschi
  • Classe Bivalvi
    • Famiglia Chamidae
      • Chama cfr. gryphoides Linneo, 1758
    • Famiglia Ostreidae
      • Ostrea cfr. edulis Linneo, 1758
    • Famiglia Pectinidae
      • Aequipecten opercularis Linneo, 1758
      • † Aequipecten scabrella Lamarck, 1819
      • † Amusium cristatum Lamarck, 1819
      • † Flabellipecten flabelliformis Lamarck, 1819
      • Pecten jacobaeus Linneo, 1758
  • Classe Gasteropodi
    • Famiglia Conidae?
      • Calchi non identificabili
Phylum Artropodi
  • Subphylum Crostacei
    • Famiglia Balanidae
      • † Balanus cfr. concavus Bronn, 1831
      • Megabalanus cfr. tintinnabulum  Linneo, 1758
Phylum Brachiopodi
    • Famiglia Terebratulidae
      • Terebratula spp.
Phylum Briozoi
      • Indeterminato
Phylum Echinodermi
  • Classe Echinoidea
      • Frammenti di testo e spine (regolari e irregolari)
Phylum Anellidi
    • Famiglia Serpulidae
      • Ditrupa cfr. cornea

Regno Piante
 Phylum Rhodophyta
    • Famiglia Corallinaceae
      • Lithothamnium spp.

Totale (determinati):

7 phylum, 9 famiglie, 11 generi, 10 specie


Lista delle specie rinvenute a Località Pisciarello

Le specie precedute da "†" sono estinte.  Sinonimie e validità dei nomi basate sui database online di WoRMS, Fossilworks e WMSDB (2025).


Regno Animali


Phylum Molluschi
  • Classe Bivalvi
    • Famiglia Chamidae
      • Chama cfr. gryphoides Linneo, 1758
    • Famiglia Ostreidae
      • Ostrea cfr. edulis Linneo, 1758
    • Famiglia Pectinidae
      • Aequipecten opercularis Linneo, 1758
      • † Aequipecten scabrella Lamarck, 1819
      • † Amusium cristatum Lamarck, 1819
      • † Flabellipecten flabelliformis Lamarck, 1819
      • Pecten jacobaeus Linneo, 1758
  • Classe Gasteropodi
    • Famiglia Conidae?
      • Calchi non identificabili
Phylum Artropodi
  • Subphylum Crostacei
    • Famiglia Balanidae
      • † Balanus cfr. concavus Bronn, 1831
      • Megabalanus cfr. tintinnabulum Linneo, 1758
Phylum Brachiopodi
    • Famiglia Terebratulidae
      • Terebratula spp.
Phylum Briozoi
      • Indeterminato
Phylum Echinodermi
  • Classe Echinoidea
      • Frammenti di testo e spine (regolari e irregolari)
Phylum Anellidi
    • Famiglia Serpulidae
      • Ditrupa cfr. cornea


Regno Piante


 Phylum Rhodophyta
    • ​Famiglia Corallinaceae
      • Lithothamnium spp.

Totale (determinati): 2 regni, 7 phylum, 9 famiglie, 11 generi, 10 specie


Fonti


Sitografia

    1.  Studio di impatto ambientale della tratta tra Monteromano e Civitavecchia, ANAS s.p.a.
     
3. ISPRA: Carta geologica d'Italia alla scala 1:50.000 foglio 354 Tarquinia.
10. Regione Lazio: La geodiversità del Lazio. Geositi e Geoconservazione nel Sistema delle Aree Protette.
14. ISPRA: La geologia marina nel Progetto di cartografia geologica alla scala 1:50.000 del Servizio Geologico d’Italia.
15. Wikipedia: Faglia. Vedi "faglie dirette o normali"
16. UniCa: Cartografia geologica pt.3.
17. Wikipedia: Piano infralitorale.
21. UniMoRe: Slide su Introduzione alle rocce carbonatiche.
21. UniBa: Slide sulla Classificazione delle rocce sedimentarie.
23. ISPRA: Quaderni, serie III, n°9, Codice italiano di stratigrafia - 9. Unità a limiti inconformi
25. UniPa: Appunti di Stratigrafia del corso di Geologia consultabili sul web - Discontinuità e discordanze stratigrafiche

Bibliografia

​​2. Conato, Dai Pra: Livelli marini pleistocenici e neotettonica fra Civitavecchia e Tarquinia (Italia centrale).
​4. Carboni, Di Bella, Pignatti: Paleoclimatic significance of the Pliocene Amphistegina levels from the Tyrrhenian margin of Central Italy.
​5. El Kateb, Fentimen, Spezzaferri, Stainbank, Stalder: The genus Amphistegina (benthic foraminifera): distribution along the southern Tunisian coast.
​6. Brandano, Hallock, Mateu-Vicens: Test-shape variability of Amphistegina D'Orbigny, 1826 as a paleobathymetric proxy: application to two Miocene samples.
​7. Mazzini, Paccara, Petronio, Sardella: Geological evolution and biochronological evidences of the Monte Riccio section (Tarquinia, Central Italy).
​8. Bruno Compagnoni: Nuovi dati sulla malacofauna del macco di Palo (Roma)
​9. Cavinato, Girotti, Mancini: Il Pliocene e il Quaternario della media valle del Tevere (Appennino centrale).
12. Bonadonna: Studi sul Pleistocene del Lazio. III: Linee di costa lungo il litorale di Tarquinia (Lazio settentrionale).
​18. El-Sabbagh, El-Hedeny, Al Farraj: Thalassinoides in the Middle Miocene succession at Siwa Oasis, northwestern Egypt.
​19. Renato Pereira Lopes: Bioerosion and Bioincrustation in Body Fossils from the Coastal Plain of Rio Grande do SulState, Southern Brazil.
​20. Carmelo Petronio: La fauna pleistocenica del Monte Riccio.
​24. Emma Taddei Ruggiero, Roberto Taddei - I brachiopodi delle calcareniti di Castro Marina (Lecce)



Fonti


​Sitografia

Bibliografia


​2. Conato, Dai Pra: Livelli marini pleistocenici e neotettonica fra Civitavecchia e Tarquinia (Italia centrale).
​4. Carboni, Di Bella, Pignatti: Paleoclimatic significance of the Pliocene Amphistegina levels from the Tyrrhenian margin of Central Italy.
​5. El Kateb, Fentimen, Spezzaferri, Stainbank, Stalder: The genus Amphistegina (benthic foraminifera): distribution along the southern Tunisian coast.
​6. Brandano, Hallock, Mateu-Vicens: Test-shape variability of Amphistegina D'Orbigny, 1826 as a paleobathymetric proxy: application to two Miocene samples.
​7. Mazzini, Paccara, Petronio, Sardella: Geological evolution and biochronological evidences of the Monte Riccio section (Tarquinia, Central Italy).
​8. Bruno Compagnoni: Nuovi dati sulla malacofauna del macco di Palo (Roma)
​9. Cavinato, Girotti, Mancini: Il Pliocene e il Quaternario della media valle del Tevere (Appennino centrale).
12. Bonadonna: Studi sul Pleistocene del Lazio. III: Linee di costa lungo il litorale di Tarquinia (Lazio settentrionale).
​18. El-Sabbagh, El-Hedeny, Al Farraj: Thalassinoides in the Middle Miocene succession at Siwa Oasis, northwestern Egypt.
​19. Renato Pereira Lopes: Bioerosion and Bioincrustation in Body Fossils from the Coastal Plain of Rio Grande do SulState, Southern Brazil.
​20. Carmelo Petronio: La fauna pleistocenica del Monte Riccio.
​24. Emma Taddei Ruggiero, Roberto Taddei - I brachiopodi delle calcareniti di Castro Marina (Lecce)